MONONOKEHIME-il conflitto sessuale nei film dello Studio Ghibli | ANIMEHIRO
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MONONOKEHIME-il conflitto sessuale nei film dello Studio Ghibli

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MONONOKEHIME-il conflitto sessuale nei film dello Studio Ghibli

I rapporti tra i sessi nei film di Miyazaki sanno essere ben più profondi e drammatici di una provenienza da Marte o da Venere, ma anche speranzosi squarci di un cielo sereno dove tutti possono volare liberamente

MIYAZAKI: UN POETA SEVERO MA INNAMORATO

Austerità. Controllo imposto ai propri desideri ed esigenze; intransigenza e inflessibilità nei confronti di sé stesso.

Come i vecchi cinematografi di Nerima dove a 17 anni assistette a La leggenda del serpente bianco del pioniere Taiji Yabushita Hayao Miyazaki-che da quel film e Snežnaja koroleva di Lev Atamanov trasse lo sprono per diventare animatore salendo sempre più i ranghi e trovando collaboratori preziosi come il mai troppo compianto Isao Takahata, Joe Hisashi (suo musichiere più e più volte), Hiromasa Yonebayashi e Katsuya Kondo ha mantenuto il carattere imperturbabile, lo sguardo attento e severo, la parlata pertinente e che non esagera mai nè in dire di meno nè in dire di più, l’ordine suo e della sua persona, un immobile eleganza come quella delle acque del porto di Tokyo. Una gag ricorrente a carico del vignettista Dan DeCarlo è quella che nonostante avesse disegnato le donne più sexy del cartoon vignettistico americano non era affatto un Adone. Allo stesso modo, un uomo così tranquillo nel suo piccolo ha immaginato e realizzato con il suo staff alcune delle scene più al cardiopalma dell’animazione nipponica. La vocazione all’action precede il suo Kabushiki-gaisha Sutajio Jiburi con quel Lupin III° il castello di Cagliostro che influenzerà nomi nemmeno necessitanti di una presentazione come Steven Spielberg, George Lucas, John Lassetter. Lo zampino fondamentalmente comunque va spartito con Yoshinori Kanada, le cui esagerazioni grafiche e dinamiche dopo un ingresso in sordina nell’anime Daikyu Maryu Gaiking, il “robot prodigo” di Go Nagai, oggetto di una bagarre legale con la Toei durata vent’anni, trovò poi in Yoshiyuki Tomino e la sua Sunrise un mecenate ancora più attento, incrociando la strada di Miyazaki due volte, nel 1983 mentre lavorava a Nausicaa della valle del vento e nel 1993 mentre il Ghibli lavorava a Principessa Mononoke.

Hayao Miyazaki con sua madre

Ammiro l’intero mondo di Miyazaki

Steven Spielberg

Questo uomo e questi film furono la mia più grande ispirazione

John Lassetter

PRINCESS MONONOKE, LA MERAVIGLIA DELLA VIOLENZA

Il quale è tra i 22 film finora prodotti dal Ghibli non solo un altro pieno di spettacolari scene e acrobazie disegnate dove la gravità è un optional ma anche uno dei più violenti. Vietato ai minori di 13 anni in America già l’esordio con l’imponente Dio dei cinghiali Kokoto che travolge il villaggio di Ashitaka in un una condizione tra l’inquietante, il viscerale e il dolorosissimo ne fa lo spartiacque pure con un film in sè altrettanto “adulto” come Porco rosso (perchè ad un bambino quanto gliene può importare della storia dell’Italia fascista?) esplorando una messinscena della violenza molto più repentina e meno edulcorata, tuttavia rimanendo artisticamente e filosoficamente d’accordo con altri film successivi e precedenti. Le baruffe dove persino l’affilatissima katana di Goemon de Il castello di Cagliostro non lascia dietro di sè la minima traccia di emoglobina cedono il passo a un gigantesco suino che s’abbatte su case e esseri umani con la ciclopica distruttività di Godzilla, l’informe implacabilità di Caltiki il mostro immortale e un corpo in lento scioglimento delle carni in stile Horror in Bowery Street di Michael Muro. Già in Disney When you wish upon a star….welcome to my nightmare/i hope you gonna like it. Certo, abbiamo visto di peggio, diciamo che le teste che esplodono di Ken il guerriero ci hanno traumatizzato molto di più, e non può certamente sfuggirci il parallelo con Akira e la scena della metamorfosi-decomposizione di Tetsuo, che in questo caso avviene vicariamente per il protagonista, il cacciatore Ashitaka con il suo cervo Yakul, contaminato da Kokoto mentre cercava d’arrestarlo. Con i giorni contati l’unico indizio per guarire è un frammento di ferro che apparentemente ha contaminato il Dio Cinghiale, forgiato nella prefettura di Yawata, chiamata all’epoca Tataraba, come specifica il nome una città-raffineria che sta disboscando la vicina foresta di Aokigahara  (realmente esistente attorno a Nagano, alle pendici del Fujiyama) per impiantarvi miniere. Gli animali della foresta con le loro regali divinità (morto Kokoto gli è subentrato Okkoto dal pellame bianco-forse al Ghibli sono fan di Franco Battiato-a rappresentare i cinghiali, le scimmie e San, capobranco dei lupi) consequenzialmente difendono il territorio con un umana dalla loro, Mononokehime la principessa spettro, dalla minacciosa e demoniaca maschera Jomon (i Jomon sono stati il primo popolo organizzato della storia del Giappone, dopo le migrazioni dalla Cina e dalla Corea, a cui apparteneva il popolo Haniwa/Yamatai, in pratica i cattivi di Jeeg Robot d’acciaio) on pugnale di cristallo e a cavalcioni della madre putativa San è la nemica giurata della regina-capocantiere-Clarice Orsini della Tataraba, Eboshi, forse uno dei personaggi femminili più complessi di Miyazaki. 

Una statuina Jomon dell’epoca Yamatai, i nemici storicamente accertati di Jeeg

 Il viaggio di Ashitaka alla ricerca di sè stesso è un percorso di formazione che porta all’elevazione tutti i personaggi del film che, più di altri, propone una formula da sempre presente nelle opere di Miyazaki ma che qui diviene regola: quella di non strutturare la tensione interna alla pellicola in un banale scontro tra Bene e Male. Questi concetti, così assoluti, in Principessa Mononoke sono totalmente contaminati, tanto da confonderli in maniera impressionante. In particolare il villaggio di Eboshi contro cui si scagliano gli animali è icona di quanto possa essere cieco l’essere umano ma al tempo stesso ricco di pietà

Andrea Fontana

San, umana che i lupi hanno adottato e che ora vive in mezzo a loro da estesiana donna che corre con i lupi, feroce guerriera mascherata la cui imprevedibilità l’ha fatta soprannominare Principessa spettro, il cui odio la rende cieca, bestiale in tutti i sensi, ancorchè assolutamente crudele con chi non riesce a vedere se non come un nemico: è solo il suo addestramento militare che permette all’eroe della vicenda, il guerriero montato su uno yakkuru Ashitaka di difendersi durante il loro “primo incontro”. L’unica parte di natura che pare indifferente all’odio e alla violenza è il Dio Bestia, un enorme cervo dal volto umanoide il passo dei cui zoccoli imfiorisce il terreno per farlo rinsecchire appena dopo, personificazione dell’ambiguità della natura: indispensabile all’uomo ma all’uomo non indispensabile, morte e vita unite, inquietante nell’aspetto ma sempre nel suo aspetto rassicurante al medesimo tempo, e Eboshi-san, nobildonna protofemminista che dirige un gruppo di fabbre in quella che è chiamata Tataraba, il cui depredare la foresta degli dei non persegue quindi altro scopo se non garantire l’emancipazione alle donne in un epoca molto meno garantista della nostra. La rabbia, l’odio che nelle animazioni di Kanada e Hiroshi Shimizu, nelle musiche rituali, percussive e allo stesso tempo ariosamente orchestrali di Hisashi diventano uno stato di (perdita di) grazia.  La rabbia, l’odio che nelle animazioni di Kanada e Hiroshi Shimizu, nelle musiche rituali, percussive e allo stesso tempo ariosamente orchestrali di Hisashi diventano uno stato di (perdita di) grazia. L’omino semplice, austero, i cui film sono silenziose gallerie artistiche (come quelle della pinacoteca ambrosiana della Milano di Porco Rosso) in cui ogni scena è un dipinto o una scultura da ammirare svuotando la mente dimostra di saper gestire anche l’azione più indiavolata dandole una pulizia e una comprensibilità, nonchè una formalità artistica che ben giustificano le opinioni molto laconiche e ben poco lusinghiere sullo stato degli anime moderni, il celeberrimo Anime was a mistake detto appena dopo l’uscita del suo sentito ma doveroso addio all’animazione Si alza il vento. A metà tra Akira Kurosawa (suo collega, ammiratore e convintissimo dell’impossibilità di paragonare le loro cinematografie), Sergio Leone e Quentin Tarantino quando con il suo decimo film s’inoltra in territori di ben maggiore violenza, toni più adulti tuttavia non voyeuristici nè compiaciuti, distanti insomma da Akira e più vicini al raffinato incubo prima regia di Satoshi Kon Perfect Blue. Uno stato di (dis)grazia scaturente dalla filosofia di una ragazzina e una femme fatale, una estesiana donna che corre con i lupi e una Pandora-Prometeo che apre il vaso della foresta e del suo grande Dio riecheggiante il dio Cernunnos della mitologia celtica per rubarne il fuoco dell’acciaio e del metallo (dopotutto il defraudato Efesto è il fabbro dell’Olimpo) creando il progresso e il regno umano distanziato dalla natura dell’antropologo francese Quatrefages, la Natura di sangue e artigli, meravigliose foreste e belve feroci nostro amnio e nostro Cocito e la Cultura inquinante le cui macchine e armi attaccano e uccidono la prima, ma che lascia sopravvivere i più deboli e dà loro un ruolo attivo-protetti e con il lavoro garantito da Eboshi vediamo numerosi paraplegici e donne, ex prostitute che ora forgiano armi emancipandosi-e applica la strategia, il rispetto, la pietà e la diplomazia. E’ sorprendente come Ashitaka trovi più morbidezza e comprensione quand’è con la cattiva Eboshi mentre dalla buona San ottiene freddezza e strafottenza.

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